Costantino Kavafis  Kavafis | Stanno i giorni futuri innanzi a noi come una fila di candele accese, dorate, calde e vivide. Restano indietro i giorni del passato, penosa riga di candele spente: le più vicine danno fumo ancora, fredde, disfatte, e storte. Non le voglio vedere: m'accora il loro aspetto, la memoria m'accora il loro antico lume. E guardo avanti le candele accese. Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido, come s'allunga presto la tenebrosa riga, come crescono presto le mie candele spente. Le finestre In queste tenebrose camere, dove vivo giorni grevi, di qua di là m'aggiro per trovare finestre (sarà scampo se una finestra s'apre). Ma finestre non si trovano, o non so trovarle. Meglio non trovarle forse. Forse sarà la luce altra tortura. Chi sa che cose nuove mostrerà. |
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Giunge, dai prati mietuti, un lieve odor di fieno. Sulla collina, il cielo è viola teneramente. (J.R.Jimènez)
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Fra le tristi e più care memorie ho quella di un'illusa amica. Mi cercò, la respinsi, mi rivolle: ostinata, vegliò sul limitare del mio spirito, come una mendica. «Aprimi, io son colei che già cercasti lungo l'adolescenza, quando a te discoprivi te stesso, modulando voci di sogno che tu solo udivi. Sono bella; i silenzi amo e le cose intime: parlerò poco d'amore. Non voglio anelli, né smaniglie; i baci tuoi, le carezze saran miei gioielli. Poveri siamo, poveri saremo. Accoglimi!» Così, per ore lunghe, implorava, a mani giunte, invano. - Entra - le dissi un giorno. Entrò... Non era lei! Piangemmo entrambi. Poi ci lasciammo addolorati invano. (da “Poesie”, 1934) .
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Se ricordo chi fui, diverso mi vedo, e il passato è il presente della memoria. Chi sono stato è qualcuno che amo, ma soltanto nei sogni. È la nostalgia che m'affligge la mente, non è mia né del passato veduto, ma di chi abito dietro gli occhi ciechi. Nulla, se non l'istante, mi conosce.
Nulla il mio stesso ricordo, e sento che chi sono e chi sono stato sono sogni differenti. (da “Odi di Ricardo Reis”) .
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Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi. Nelle crepe del suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano a sommo di minuscole biche. Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi. E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia. (Eugenio Montale, in Ossi di seppia)
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