E se un dì pensassero in questo paese

E se un dì pensassero in questo paese
di erigermi un monumento,
acconsento ad essere celebrata
a solo ad un patto: non porre la statua
accanto al mare ove nacqui –
col mare ho reciso l'estremo legame –
o nel parco dello zar, presso il fatale ceppo
dove mi cerca l'ombra sconsolata,
ma qui, dove stetti trecento ore e dove
non mi apersero i chiavistelli.

Nella parte finale del Requiem di Anna Achmatova, che ha per oggetto i mesi trascorsi dalla stessa davanti ai cancelli del carcere Kresty, dov'era detenuto il figlio, la decisiva spinta a scrivere non è data dall'urgenza dell'argomento, ma dalla domanda di una sconosciuta: «Allora una donna (…) che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome (…) mi domandò in un orecchio (…): – Ma questo lei può descriverlo?». Perché Anna Achmatova possa dedicare il Requiem a suo figlio è necessaria la parola dell’altro. Ma come evitare che il doloroso rituale quotidiano di quelle donne rimanga sepolto dietro il nome di una sola di loro? Serve che la Achmatova cancelli le distanze fra lei e quelle donne, sottraendosi a se stessa.
L'azione diventa fondativa solo se preceduta da una rinuncia; è quanto avviene nei vangeli: si pensi all'imperativo di Gesù di lasciare tutto e seguirlo, o si pensi a quel teatro in cui l'attore, dopo aver creato una sua identità, lasciando quella che aveva (o credeva di avere), si metterà a servizio dell'altro. Il prologo di Giovanni, ci dice che la pietra su cui poggia il Vangelo è quella del dia-logos, della relazione. Grotowsky conferma che ogni atto creativo è preceduto e seguito dalla relazione.
Per entrambe le visioni emerge inevitabilmente il problema della comunità come rispetto per il munus e per la cura dell'altro. Ma anche quando l'azione non è diretta all'esterno l’azione non smette di esprimere un legame con l'altro: «l’altro è costantemente presente, la radice comune è lo “stare presso…” nei modi dell'accoglienza e del rifiuto» (G. Bonaccorso), consapevoli che queste stesse azioni convogliano in sé presenza e assenza, accoglienza e rifiuto, dono e rinuncia, in un confine in cui gli opposti spesso finiscono per sovrapporsi. Il rischio, infatti, è quello di ritrovarsi in una zona grigia in cui è difficile definire se la relazione ha la natura dello scambio o l’altro non è che un giro di boa che ci riporta a noi, al rafforzamento della nostra identità. Nell’esempio della morte di Cristo, nella quale non vi è alcuna appropriazione, ma una diminuzione, una perdita – prendere equivale a perdere, condividendo la sorte del servo. Prendere parte come perdersi è speculare alla condizione di Anna Achmatova; è adiacente alla ricerca dell'attore, ed è la scelta necessaria a chi si prende cura della cosa pubblica. Nemmeno un passo in avanti -né in nessuna altra direzione- è insomma possibile se non nella considerazione dell'altro e nella problematica delle continue aporie che l’enfasi o la sua sottovalutazione comportano. Insomma: abbiamo nelle nostre corde la possibilità di un'azione che non passi attraverso l'altro? Esiste una condizione in cui l'altro non sia abbastanza?

sebastiano gatto